Cicciata di Ognissanti, nel Cilento una tradizione ancestrale
La cicciata del Cilento si prepara in occasione della ricorrenza di ‘Tutti i Santi’, ma anche il Primo Maggio, festività di ‘San Giuseppe Lavoratore’. Si tratta di due occasioni apparentemente distanti tra loro, ma che in realtà celano in entrambi i casi profondi significati dati pure dalla simmetria temporale in cui sono collocati.
La cicciata: etimo e storia
Il termine cicciata richiama immediatamente la presenza dei legumi, in particolare dei ceci, protagonisti di questa preparazione tradizionale. Nel Cilento, tuttavia, il nome varia da paese a paese, assumendo denominazioni differenti legate alla cultura agro-pastorale locale. Si tratta di un piatto semplice, espressione della cucina povera e dell’utilizzo di ingredienti essenziali. A Stio, ad esempio, si preparavano i ciccimmaritati, tradizionalmente consumati il primo maggio come gesto propiziatorio, con l’auspicio di ottenere un raccolto estivo abbondante. Diversa è la tradizione dei ciccimmescka, diffusi anche in altri centri cilentani, come Ostigliano. Pur trattandosi sostanzialmente della stessa pietanza, questa preparazione sembra essere stata associata alla vigilia della commemorazione dei defunti. La sua consumazione assumeva così un significato devozionale, legato alla celebrazione dei Santi e al ricordo dei propri cari scomparsi.

La preparazione
La cucina tradizionale cilentana si distingue spesso per preparazioni essenziali, capaci tuttavia di offrire piatti sostanziosi e abbondanti, tutt’altro che poveri agli occhi del consumatore contemporaneo. Tra gli esempi più significativi troviamo la cicciata, una pietanza che può essere considerata ricca tanto dal punto di vista gastronomico quanto da quello culturale. La sua particolarità risiede nell’unione delle granaglie rimaste in dispensa e delle sementi non utilizzate, dando vita a una preparazione che valorizzava le risorse disponibili. Nella pentola confluivano così diverse varietà di legumi, comprese quelle più caratteristiche del territorio: dai ceci di Cicerale ai fagioli della Regina di Gorga, fino ai fagioli ‘tabaccuogni’ di Mandia. A questi si aggiungevano altre varietà oggi meno diffuse, come le cicerchie, un tempo particolarmente presenti nell’area lucana, con la quale il Cilento conserva profondi legami storici e culturali.
La cicciata, un piatto propiziatorio tra passato e presente
Sappiamo che le tradizioni del Cilento sono differenti rispetto a altre aree del Meridione d’Italia e spesso si discostano notevolmente anche dalla Lucania, antica regione di cui ha fatto parte e con cui si lega ancora oggi per ragioni storiche. Una serie di dissomiglianze inducono a catalogare alcune usanza cilentante come eventi singoli: un esempio potrebbe essere proprio la cicciata. Sappiamo che nei diversi paesi, nonostante possa mutare nel nome, rimane una consuetudine legata ai mesi di maggio e novembre. Tuttavia non si può escludere un significato che valichi la credenza popolare. Infatti, mentre in Italia vi sono numerose preparazioni che si realizzano in occasione della commemorazione dei defunti, nel Cilento questo particolare momento rimane completamente vuoto nella gastronomia. E forse la cicciata potrebbe essere quella chiave di lettura con cui interpretare le volontà antiche dei nostri avi, con l’intento di mantenere un legame invisibile tra le generazioni.